Le origini

Il mito della creazione più diffuso tra gli indiani dell'America  Settentrionale prende origine da un diluvio causato da una grave colpa nel comportamento. Un dio (in genere "il vecchio", che ha però le funzioni di esecutore più che di

creatore in senso assoluto e primordiale) invia a turno degli animali sul fondo del mare a raccogliere del fango: i primi due o tre non ci riescono e tornano a galla annegati e senza tracce di fango sulle zampe; tocca all'ultimo animale

riuscirci, perdendo la vita, ma recando con sé un po' di melma che servirà al vecchio per creare la terra e gli esseri umani.

 

Anche in questi miti prevale l'idea che alle origini ci fosse una razza imperfetta: secondo la tribù dei Blood (Blackfoot) un tempo, al posto degli esseri umani, c'erano degli esseri con due teste.

In un mito degli Algonkini (che comprendono Arapaho, Cheyenne, Ogibwa, Fox e altri) gli animali protagonisti sono la lontra, il castoro, il topo muschiato e l'anatra; in una narrazione analoga dei Crow del Montana la ricerca del fango è affidata a quattro anatre. Il dio in questione è considerato il Sole, che un tempo si chiamava "il vecchio" ed è tutt'uno con il "vecchio coyote". Questa figura popolare, dalle caratteristiche ambigue, è frequente nei racconti indiani. In questo caso appare come il creatore, ma in prevalenza è un "collaboratore", talvolta anche indisciplinato; forse la sua figura ha perso d'importanza con il tempo divenendo suo malgrado di secondo piano. Le sue principali caratteristiche sono il carattere maligno e impostore e capace d'ignobili beffe.

Inktonmi, per i Sioux del Canada (Assiniboin), è una figura demiurga che ha un corrispondente in Inktonmi dei Sioux del Dakota (il quale ha le stesse caratteristiche del Coyote). Per questi ultimi - essere supremo è Wakantanka, il "grande potere", mentre per gli indiani Algonkini è Manitou: la "forza magica" e l'espressione del lo spirito che culmina con l'essere supremo, "il grande spirito". n altro mito della creazione si trova tra i Gros Ventre (Algonkini n ord occidentali). In esso si narra di Nihant (bianco), il formatore della nuova umanità, anch'egli, come il Coyote, protagonista di alterne vicende.

In questo racconto, Nihant, stufo del modo di vivere delle popolazioni selvagge di quel tempo, dà il via al diluvio con un complesso cerimoniale di cui fanno parte lo sterco di bue (che veniva usato come combustibile), la pipa sacra e l'accompagnamento di tre canti e tre grida culminante con un calcio decisivo sferrato alla terra.

"Venne fuori l'acqua e piovve per giorni e giorni" dice la leggenda. Cessata la pioggia Nihant era l'unico sopravvissuto alla deriva nelle acque assieme a una cornacchia che, stanca di volare, gli chiedeva continuamente di riposarsi. Nihant le rispondeva ogni volta di appoggiarsi sopra la pipa sacra. La pipa, avvolta in una pezza di pelle, conteneva tutti gli animali. Essi, pur essendo tutti privi di vita, potevano venir resuscitati dalla pipa sacra e dal canto di Niharat. Nihant. scelse quelli più resistenti sott'acqua. Il primo a tuffarsi fu un toffolo che non riuscì ad arrivare fino in fondo: sentendosi mancare tornò a galla semisoffocato. Egli lo rianimò col suo canto e il toffolo si tuffò di nuovo, arrivò quasi a sfiorare i1 fondo e tornò su tramortita. Toccò poi a una tartaruga che credette di non aver raccolto la melma. Dopo un attento esame Nihant scoprì invece che aveva un po' di terra nascosta tra le zampe; con quella poca terra, con un incantesimo, fece sorgere un lembo di terra abbastanza grande per lui e per la cornacchia che finalmente potè riposare (nel frattempo si era ancora lamentata senza posarsi sulla pipa).

"Voglio che ci sia terra fin dove posso vedere!" disse Nihant. È questo un aspetto curioso del mito; nella terra a perdita d'occhio non c'era neppure una goccia d'acqua. La situazione venne poi risolta dal pianto di Nihant dal quale nascono i corsi d'acqua, mentre dalla terra vengono poi plasmati gli uomini che terranno compagnia a Nihant e alla cornacchia.

A proposito dei miti indiani del nord Stith Thompson osserva: "Fra gli americani troviamo, ora il "creatore" in un mondo che egli noti ha ancora creato, ora l'acqua primordiale che sembra coprire tana terra non ancora creata; concezione, quest'ultima, comune a tutte le tribù indiane, con la sola eccezione, forse, del gruppo eskimese.

Il Thompson rileva che non ci si può attendere criteri ordinati per la sistemazione dei miti da parte degli indiani, prerogativa questa delle mitologie più filosofiche.

Gli indiani del Southwest invece, pur riferendosi anche loro a una distesa d'acqua primordiale, presuppongono che la tribù sia sorta dal basso, dopo una serie di passaggi attraverso tre o anche quattro inondi sovrapposti. Ogni mondo viene perfezionato, o distrutto e sostituito da quello successivo perché ritenuto non soddisfacente. Questi indiani hanno in comune con quelli della California una storia sulle origini: all'inizio la terra e il cielo erano congiunti, la terra era la madre dell'umanità, mentre il cielo era il padre. In un certo periodo succede che, in vari modi, il cielo venga spinto in alto e staccato dalla terra, così da dar spazio all' umanità.